Attraverso L’Europa Su Una Bici Di Nome Reggie (2017)

Coming soon, the Italian translation of ‘Crossing Europe on a Bike Called Reggie‘.

Here’s the prologue, translated by Enrico Antonio Mion:


Prologo

Vendono una maglietta con scritto che esistono tre ragioni per diventare insegnante: Natale, Pasqua e l’estate. Sebbene non concordi con questo sentimento cinico, vi è un messaggio pertinente per tutti gli insegnanti compiaciuti: siamo molto fortunati ad avere, ogni anno, un periodo piuttosto lungo da trascorrere lontano dai nostri luoghi di lavoro. Non dovremmo sprecarlo. Purtroppo, questo è esattamente quello che stavo facendo nell’estate del 2008. Nessun programma, nessuna avventura. A dire il vero proprio nulla. Solo un periodo di sei settimane trascorso a oziare tra un’attività poco importante e l’altra. Le lontane Olimpiadi di Pechino riempivano con successo gli spazi intermedi.

Il precedente anno accademico doveva essere stato difficile, così per qualche motivo avevo deciso di fare il minimo indispensabile durante le vacanze estive. Mentre ero seduto sul divano a guardare i ciclisti che, inzuppati di pioggia, pedalavano lungo la Grande Muraglia cinese, lavoravo senza sforzo per guadagnare un A+ in procrastinazione.

Seppure allettante, un periodo di sei settimane all’insegna del far davvero poco può essere comparato alla sensazione di farsi strada tra i corridoi di una scuola cercando di portare a termine tutti quei lavori palesemente ignorati da chi aveva originariamente progettato la vita lavorativa di un insegnante. Le novità possono presto trasformarsi in abitudine. Ah, come dev’essere bello fare qualcosa di entusiasmante… Di davvero entusiasmante. Qualcosa di talmente entusiasmante che la gente si ferma, desiderosa di saperne di più. I miei occhi e i miei pensieri tornarono sui ciclisti della Grande Muraglia. Quello sì che era appassionante.

Benché non abbia mai raggiunto il livello di un atleta olimpico, sono sempre stato un ciclista devoto: con una combinazione di necessità e desiderio, ho pedalato quasi senza interruzione dall’età di dieci anni e sono orgoglioso del fatto che a metà dei trenta mi sono sbarazzato della mia auto per diventare un entusiasta pendolare su due ruote. Per un attimo sognai che mi sarei trasformato in una macchina da corsa muscolosa, snella e rivestita di lycra, ma questo “effetto secondario” del mio stile di vita rimase un sogno. Ad ogni modo, i miei sforzi mattutini e serali mi hanno sempre tenuto relativamente sano e in forma.

Non ci è voluta molta immaginazione per accarezzare l’idea di pianificare un avventuroso viaggio in bicicletta. Vedere i ciclisti pedalare sotto la pioggia alle Olimpiadi di Pechino non fece altro che far scoccare la scintilla che aspettava di essere innescata da molto tempo. La domanda più difficile era “dove andare?”.

Come avrei potuto sfidare me stesso? Non avevo mai percorso lunghe distanze in bicicletta. Fino ad allora, il più lontano dove fossi mai arrivato era giù nella valle del Tamigi fino a Londra e, in un’altra occasione, nell’altra direzione fino a Oxford: ciò rientrava difficilmente nella definizione di avventura. Perché non andare da John O’Groats, nell’estremo nord-est della Scozia, fino a Lands End, il punto più occidentale dell’Inghilterra? Magari potevo fare qualcosa di esotico! Meglio di no. Fare il giro del mondo? Un po’ troppo avventato, specialmente per il mio portafogli. Da qualche parte vicino a casa, ma non troppo vicino, sembrava essere il compromesso ideale. L’Europa! Sì, ma da dove a dove? Chi conoscevo nel vecchio continente? Sarebbe stato bello dirigersi non soltanto verso un luogo, ma anche verso qualcuno. In questo modo, in situ avrei avuto un volto amichevole che mi avrebbe aiutato a celebrare il mio arrivo! E se visitavo dei parenti in Spagna? O degli amici in Germania? Un ex collega viveva nel Sud Italia! Ecco, era fattibile; pedalare dal mio appartamento nel Berkshire fino alla villa dei miei amici in Puglia, nel tacco d’Italia. Non male come idea. Sarebbe certamente rientrata nella categoria “cose un po’ fuori dal comune”. Immaginavo già le conversazioni in sala insegnanti:

«Progetti per l’estate, Andrew?»

«Sì, pedalerò fino al Sud Italia per incontrare un amico.»

«Oh!»

Seguì una pianificazione frenetica. Non mi montavo la testa per quello che avevo intenzione di fare; nel corso dei secoli sono state innumerevoli le persone che hanno intrapreso il loro viaggio dall’Inghilterra all’Italia. Viaggiare da Canterbury a Roma, due dei grandi centri del mondo cristiano, è nella lista delle cose da fare di molti pellegrini da almeno un millennio. E fu in quella direzione che iniziò la mia ricerca.

L’antica strada che andava da Canterbury a Roma è nota con il nome di Via Francigena, descritta formalmente per la prima volta dall’arcivescovo Sigerico nel 990 d.C. Quindi, consacrai molto del mio tempo dell’agosto 2008 nell’informarmi sulla Via Francigena, le sue origini e la sua storia.

Il manoscritto originale dell’arcivescovo Sigerico, di età più che millenaria, è conservato presso la British Library, così una mattina mi recai a Londra per consultarlo. Dovetti organizzare tutto in anticipo (non è che ci si può presentare al bancone e chiedere della sezione Referenze) e fui accompagnato oltre dei corridoi, fino a una sezione abbandonata del deposito, accanto alla stazione di St. Pancras. Purtroppo, un ultimo arrivato come me non poteva vedere il manufatto di Sigerico: fu un po’ deludente, ma non del tutto inaspettato. Ciò che ebbi il permesso di consultare fu una copia su CD-ROM, che esaminai a mio piacere nell’angolo di una stanza piena di persone che indossavano guanti bianchi e che non avevano le credenziali per manipolare le opere vere. Mi rallegrai al pensiero di essere a soli pochi passi dal documento originale (ma probabilmente non era vero).

Quello che potei vedere sul computer fu molto breve e dritto al punto. Poco più di un elenco di luoghi in cui l’arcivescovo soggiornò lungo il suo ritorno da Roma. Si trattava del completo opposto di una guida turistica moderna e riportava ciò che segue:

Canterbury – Calais – Bruay – Arras – Reims – Chalons sur Marne- Bar sur Aube – Besancon – Pontarlier – Losanna – Gran San Bernardo – Aosta – Ivrea – Santhia – Vercelli – Pavia – Piacenza – Fiorenzuola – Fidenza – Parma – Fornovo – Pontremoli – Aulla – Luni – Lucca – S. Genesio – S. Gimignano – Siena – S. Quirico – Bolsena – Viterbo – Sutri – Roma.

Tracciando questi luoghi su una mappa mi resi conto che disegnavano una linea più o meno retta da Canterbury a Roma. Perché avrebbe dovuto fare altrimenti? Non era un turista, era un pellegrino. Nel X secolo i pellegrini non si prendevano un anno sabbatico per andare in gita. Lo scopo era di arrivare dove si stava andando, compiere il gesto religioso che si doveva compiere e tornare, possibilmente tutto di un pezzo. Linee rette e intervalli brevi.

La mia ricerca continuò su Internet. Una fonte descrisse come i primi pellegrini avrebbero dovuto prepararsi, facendo riferimento alle loro probabilità di successo:

«L’individuo è tenuto a pagare i suoi debiti, redigere un testamento, ricevere dal suo sacerdote locale una tenuta da pellegrino, chiedere il perdono a tutti coloro che potrebbe aver offeso e, infine, prima di partire, annunciare l’addio a tutti. Le probabilità di tornare non erano molto alte.»

Un pensiero piuttosto deludente, ma un pensiero che aveva risonanze con la situazione in cui mi trovavo: dovevo fare il punto delle mie finanze, comprare dell’attrezzatura appropriata e considerare attentamente i problemi che si sarebbero potuti verificare lungo il mio viaggio verso Roma e oltre.

Stavo considerando solo la punta dell’iceberg chiamato “Via Francigena e Arcivescovo Sigerico”, ma ero certo di una cosa: egli non si recò a Roma in bicicletta. Dall’invenzione della bicicletta, tuttavia, devono essere stati in molti a tentare di pedalare laddove Sigerico camminò. L’hanno fatto sicuramente in tempi più recenti, se non altro da quando le persone hanno riscoperto la bicicletta come una forma di turismo di massa.

Fu allora che scoprii la rete Eurovelo, più precisamente l’itinerario Eurovelo numero 5. La parola vélo significa “bicicletta” in francese, non ci vuole una laurea per capire che “Eurovelo” ha qualcosa a che fare con il pedalare in Europa. In parole povere, si tratta di una rete europea di itinerari ciclistici a lunga percorrenza creata dalla European Cyclists’ Federation (ECF). Se ora vi dicessi che la missione dell’ECF (secondo il loro sito web) è di «[…] assicurarsi che l’uso della bicicletta raggiunga il suo massimo potenziale al fine di favorire la mobilità sostenibile, il benessere pubblico e lo sviluppo economico attraverso il turismo responsabile, e di cambiare gli atteggiamenti, le politiche e gli stanziamenti di bilancio a livello europeo», vi rendereste conto che siamo in grave pericolo di entrare nel mondo dell’eurochiacchiericcio, quindi cerchiamo di mantenere le cose semplici.

La rete, realizzata e promossa dall’ECF, è costituita da dodici itinerari che attraversano il continente in lungo e in largo, e ciascuno di questi ha un nome. Ad esempio, il numero 6 si chiama “La strada dei fiumi” e parte da Nantes, a ovest, e si sposta verso est fino a Costanza, una città della Romania situata sulla sponda del Mar Nero. Il numero 12 è il “Circuito del Mare del Nord” che si trova esattamente dove lo si può immaginare e rappresenta il circuito ciclabile segnalato più lungo al mondo (collegato da qualche tratta in traghetto). Il numero 5 è la “Via Romea Francigena” che parte da Londra, attraversa Roma e (per me importante) arriva fino a Brindisi, nel sud dell’Italia. Misura, almeno ufficialmente, tremilanovecento chilometri di lunghezza.

Questa fu una fantastica notizia. Non solo avevo scoperto che la Via Francigena ha un corrispettivo percorso ciclistico ma anche che non termina a Roma; infatti, prosegue fino a Brindisi, che si trova a soli cinquanta chilometri di distanza dai miei amici pugliesi. Qualcuno, forse Sigerico stesso, stava guardando verso il basso, verso il mio programma ancora neonato, dandomi una benedizione dall’alto. Ordinai immediatamente la mappa della rete Eurovelo. Un paio di giorni più tardi arrivò e fu così che ottenni la prima descrizione di un percorso ciclabile che va da Londra a Brindisi. Ricerca finita!

Ciò che iniziò come una lenta e noiosa estate rinchiuso nel mio appartamento a bere infinite tazze di caffè, mentre guardavo ora dopo ora gli sforzi olimpionici, si trasformò in un paio di settimane di ricerca e pianificazione molto impegnative. Avevo previsto di partire nell’estate del 2010, quindi verso la fine di agosto 2008 avevo ancora settecento giorni. Tutto il tempo necessario per mettere in ordine le idee, creare un tragitto dettagliato, comprare l’attrezzatura e persino trasformarmi nel ciclista snello e rivestito di lycra che avrei dovuto essere per garantire il successo della mia avventura.

Purtroppo, nonostante le mie speranze iniziali, fu evidente che la descrizione fornita dall’ECF nella loro documentazione riguardante l’itinerario Eurovelo 5 aveva poco a che vedere con cose del tipo “svoltare a sinistra, poi a destra e continuare per ottocento metri fino al campeggio ideale” di cui speravo. Ciò che l’ECF aveva creato era una buona mappa panoramica. Questa evidenziava le sezioni in cui l’itinerario Eurovelo 5 scavalcava altri percorsi ciclabili nazionali o regionali, ma era priva di qualsiasi tipo di dettaglio. In particolar modo quando l’itinerario giungeva in Italia, dove forniva poche informazioni preziose oltre a quelle originariamente fornite da Sigerico mille anni prima.

Durante i mesi invernali la ricerca stagnò. Eppure non avevo mai smesso di pensare ai miei programmi per l’estate 2010; la mia mente non pensava ad altro che alle escursioni in bicicletta attraverso la campagna del sud dell’Europa, schiarita dal sole. Ma non stavo facevo niente di concreto per realizzare il mio sogno. Persino il sito web che avevo creato durante l’estate precedente riposava tranquillo, senza mostrare nemmeno un singolo aggiornamento dalla fine di agosto all’inizio di aprile.

Con l’arrivo della primavera, tuttavia, i miei pensieri si rivolsero ancora una volta agli aspetti pratici di ciò che stavo progettando. Dovevo trascorrere meno tempo a sognare e più tempo a fare.

Non avevo mai percorso una lunga distanza in bicicletta prima d’ora. Di qualsiasi tipo. A pensarci bene, non avevo mai percorso una lunga distanza prima d’ora, punto. Non avevo mai passeggiato lungo il sentiero nazionale inglese Pennine Way,per esempio. Non avevo mai partecipato a una maratona. Persino i miei voli, relativamente poco frequenti, avevano coperto solo brevi distanze. E se non fossi stato una persona atta per le lunghe distanze? E se fossi arrivato a Dover solo per pensare tra me e me «gli ultimi due giorni di pedalata sono stati un vero inferno. Questo non fa per me. Torno a casa.»? Analizzare mappe, guardare ciclisti modello come Mark Beaumont alla TV e leggere le loro avventure su carta stampata è una cosa, ma mettersi in sella e partire per davvero ne è tutt’altra. Come avrei fatto a far fronte alle esigenze del ciclismo su lunghe distanze, giorno dopo giorno? E se la sella mi avesse fatto talmente tanto male che non sarei mai più stato in grado nemmeno di sedermi su una bici? Figuriamoci pedalare! Come avrei affrontato la solitudine e l’abbandono a sé stessi che mi avrebbero inevitabilmente travolto mentre viaggiavo verso sud? Sarei ancora stato un viaggiatore felice dopo diverse settimane in tenda? Non avevo risposta alle mie domande in quanto non avevo alcuna esperienza in merito. Mi resi conto che per evitare il terrificante “momento Dover” avrei dovuto fare qualche giro di prova.

In Gran Bretagna non disponiamo delle migliori infrastrutture per i ciclisti, ma siamo fortunati ad avere alcuni individui entusiasti e alcune organizzazioni ben gestite che promuovendo il ciclismo stanno gradualmente spingendo la gente a uscire dalla proprie auto e a salire in sella. E i risultati cominciano a farsi notare. Nel 2006, il quotidiano The Independent riportò quanto segue:

«Dopo un decennio di stagnazione del numero di spostamenti in bicicletta, i nuovi dati mostrano che vi è stato un notevole aumento di ciclisti pendolari e amatoriali, soprattutto nelle città della Gran Bretagna, e un ampliamento della rete di piste ciclabili. A Londra, i tragitti in bicicletta sono aumentati del 50% in cinque anni raggiungendo i 450.000 al giorno, mentre altre cifre ottenute mostrano che l’uso del National Cycle Network, che comprende 16.000 chilometri tra percorsi urbani e rurali, lo scorso anno è incrementato del 15%, raggiungendo i 232 milioni di viaggi

Il National Cycle Network nasce a Bristol nel 1977, anno della creazione della fondazione Sustrans. Il nome “Sustrans” deriva da sustainable transport, trasporto sostenibile, e ammettiamolo: oltre che a spostarsi a piedi, non esiste alcun’altra forma di trasporto tanto sostenibile quanto la bicicletta. La prima pista ciclabile che fu creata collega Bath a Bristol e costeggia delle rotaie in disuso. È la pista perfetta per piacevoli uscite in bicicletta visto che ai treni non piacciono le salite… Grazie alle generose donazioni in contanti da parte della Lotteria Nazionale inglese, la rete è cresciuta in modo graduale e sostanziale al punto che oggi il 57% della popolazione vive entro un raggio di un chilometro e mezzo da uno dei percorsi ciclabili nazionali.

Dovevo trovare un percorso all’interno del National Cycle Network, una specie di test preliminare per quel potenziale randonneur che ero. Un percorso che confermasse il mio ideale che il ciclismo è sinonimo di fuga e libertà, ma che al tempo stesso cancellasse i miei sospetti di essere, in realtà, solo un grassottello di mezza età incapace di arrivare a Birmingham in bicicletta, figuriamoci arrivare a Brindisi.

Essendo nato e cresciuto nello Yorkshire, ogni anno, in estate, era mia abitudine tornare alla contea dove vive tuttora la mia famiglia. E se avessi considerato quel viaggio verso nord come l’occasione per mettere alla prova la mia mente e il mio corpo da ciclista? Per caso trovai il percorso ciclabile nazionale numero 68, che parte da Berwick-upon-Tweed, una città sul confine tra Inghilterra e Scozia, si fa strada verso sud a fianco dei monti Pennini, attraversa il Northumberland, lo Yorkshire e infine il Derbyshire prima di finire a Derby, capoluogo stesso di quest’ultima contea. Completando tutto il tragitto avrei pedalato per circa cinquecentosessantatré chilometri e avrei avuto l’opzione di accorciare il percorso pedalando da Berwick al West Yorkshire, dove sarei rimasto per un paio di giorni con la mia famiglia.

Mappe acquistate, bici sistemata e mente psicologicamente preparata per l’ignoto, partii, presi il treno per il Northumberland e al mio arrivo a Wooler, la mia prima destinazione serale dopo essere partito in bicicletta da Berwick, scrissi le seguenti righe:

Sono arrivato in orario perfetto a Berwick e la prima cosa che mi ha sorpreso è stata il tempo: non pioveva e a dire il vero faceva piuttosto caldo… I primi 40 chilometri da Berwick a Wooler li ho velocemente bruciati in circa tre ore. La parte più bella è stata quando ci siamo avvicinati ai monti Cheviot, specialmente gli ultimi 8 chilometri del viaggio da Fenton a Wooler. Con le colline come sfondo, era difficile non rimanere colpiti. Quando sono arrivato all’ostello della gioventù di Wooler, la prima persona con cui ho chiacchierato era tutt’altro che giovane: un ex minatore 82enne di nome Jack. Era arrivato in bicicletta da South Shields e ha reso i miei sforzi ridicoli! Dormirò bene stasera.

E penso di aver dormito davvero bene. Tutto filò liscio e, anche se si trattò solo del primo giorno su nove in sella, molte delle mie preoccupazioni riguardanti la vita di un ciclista che percorre lunghe distanze cominciarono già ad allontanarsi. Il sollievo più grande fu che non mi sentii mai solo, nemmeno per un istante. Molto presto mi resi conto che la maggior parte delle persone che incontravo era interessata a quello che stavo facendo e questo era un motivo per intavolare una conversazione. Queste persone erano curiose e forse mi ammiravano anche un po’. Avevo una breve storia da raccontare e nel frattempo erano disposte ad ascoltarmi. Il mio diario è testimone di nove giorni di nuovi incontri, di chilometri di paesaggi mozzafiato e di una piacevolissima vacanza. A queste persone iniziai persino a raccontare dei miei piani per l’estate seguente e del giro in bici verso il Sud Italia.

Tuttavia, a casa mia, nel Berkshire, non avevo ancora parlato del mio viaggio lungo l’Eurovelo 5. La sera del mio 40º compleanno, cioè un paio di settimane prima del mio viaggio verso nord, cenai con un gruppo di colleghi insegnanti, tra cui i miei amici pugliesi, i soli a conoscere la mia intenzione di andare a trovarli in bici nel 2010. Menzionarono i miei piani e uno dei miei amici si mise a ridere, cambiando immediatamente argomento. Non mi irritò come avrei pensato, ero ancora fresco del successo riscontrato dal giro di prova lungo la Pennine Cycleway. Tra l’altro, stavo arrivando al punto di non ritorno. Avevo investito troppo tempo e troppa fatica nella pianificazione che, lentamente, stava diventando un gigante inarrestabile.

Non ero il solo ad avere in programma di percorrere l’Eurovelo 5 (o almeno una parte di esso) e alcune persone avevano cominciato a contattarmi tramite il mio sito web. Il problema era che per quanto riguardava l’itinerario, io ero ancora tanto ignorante quanto loro, ma molte e-mail supponevano che fossi un ciclista esperto. Non lo ero di certo, nonostante i miei nove giorni di viaggio nel nord dell’Inghilterra durante l’estate del 2009. Trascorrevo molte ore online facendo grosso modo la stessa cosa che facevano tutte le persone che mi contattavano: cercare di trovare quella mappa dettagliata e definitiva dell’itinerario, che sembrava essere il Santo Graal di tutti coloro che volevano pedalare da Londra a Roma e oltre.

Diventò a tutti gli effetti un puzzle da risolvere. Dovevo combinare frammenti di informazioni che mi avrebbero permesso di destreggiarmi con successo lungo un percorso che arrivava fino al sud dell’Italia. Grazie al National Cycle Network, il primo tratto su suolo Inglese era relativamente semplice, tra l’altro avevo già percorso diverse volte la prima parte del viaggio che va da casa mia, nella valle del Tamigi, fino a Londra. Da Londra a Dover dovevo raggiungere il percorso ciclabile numero 1, che inizia a Edimburgo e scende giù fino al porto di Kent. Avevo una mappa abbastanza dettagliata e il sito della Sustrans mi fornì tutti i dettagli di cui avevo bisogno.

Tuttavia, una volta in Francia, avrei dovuto iniziare a seguire le istruzioni rudimentali della European Cyclists’ Federation.

«Attraversare il canale in treno o traghetto fino a Calais, in Francia. Seguire quindi il Canal de Calais fino a Saint-Omer, strada marcata LF1, e continuare in direzione Lilla / Roubaix fino al Belgio. Da qui potete seguire il fiume/canale Schelda, che divide le Fiandre Occidentali e la Vallonia, attraversare Ronse e arrivare a Bruxelles.»

I miei sforzi per ottenere qualsiasi tipo di dettaglio sulla LF1 furono inutili, ma riuscii a individuare il canale della Schelda. L’“attraversare Ronse e arrivare a Bruxelles”, molto vago, mi lasciava con diverse possibilità.

Iniziai persino a chiedermi se deviare o meno verso la capitale belga. La chiamai “la tentazione belga” (temo che non abbia niente a che vedere con qualsiasi attività oscena degli eurocrati), poiché dalla mappa apparve evidente che un percorso a cavallo del confine franco-belga mi avrebbe consentito di procedere molto più rapidamente durante la prima settimana di viaggio. Detto questo, non avevo mai considerato il mio viaggio come una gara. Se così fosse stato, avrei preso il tratto audax che va da Calais a Brindisi.

Scoprii che audax, in ambito ciclistico, significa fare una pedalata più lunga possibile impiegando il minor tempo che si ha a disposizione. Sembrava essere una disciplina strettamente correlata al “ciclismo con carta di credito” dove, per massimizzare la velocità di crociera, il bagaglio include il minimo indispensabile. Tutto – alberghi, cibo, indumenti di ricambio, riparazioni – si paga con carta di credito e il ciclista può quindi pedalare “leggero”, come se stesse facendo un giro intorno a casa. Il tratto audax Calais-Brindisi fu citato in un numero della rivistaArrivée, più precisamente in un articolo scritto da Abraham Cohen, un randonneurdevoto che aveva riassunto il suo viaggio con queste parole:

«Devo dire che questo viaggio mi ha portato attraverso paesaggi incredibili, bellezze architettoniche e incantevoli stradine, ma la pressione di portare a termine il mio intento mi ha impedito di godere della tranquillità dei luoghi.»

Appunto.

John Davies, un altro randonneur londinese che aveva visitato il mio sito web e mi aveva consigliato l’articolo di Cohen, mi disse che due dei suoi compagni di pedalata completarono il viaggio da Calais a Brindisi in nove giorni! Impressionante! Anche lui ammise che avrebbe scelto il percorso più breve anziché il più interessante, proprio come Cohen. Tracciai i luoghi menzionati nel suo articolo su una mappa e, con nessuna sorpresa, scoprii che il suo percorso era quasi identico a quello di Sigerico per quanto riguarda il Nord Italia, punto in cui deviò verso la pianeggiante costiera orientale della penisola per continuare il suo viaggio fino a Brindisi.

Quindi, anche se stavo per intraprendere la mia avventura in nome del viaggio e dell’arrivo stessi (il nome della rivista di audax, Arrivée, la dice lunga sulla filosofia, non è vero?), il mio piano per la prima settimana circa era di avanzare abbastanza da prendere lo slancio e arrivare al punto in cui non avrei avuto altra scelta se non quella di continuare. Del resto, persino a Bruxelles sarebbe stato facile prendere un treno e tornare a Londra in poche ore. Decisi quindi di resistere alla “tentazione belga”.

Non fu una decisione facile dato che avevo cominciato a diventare (almeno online) il punto di riferimento del giovane movimento chiamato Eurovelo 5, e dato che volevo restare fedele il più possibile all’itinerario stabilito dalla European Cyclists’ Federation, ma arrivai alla (probabilmente erronea) conclusione che il solo motivo per cui Bruxelles si trovasse sull’itinerario dell’Eurovelo 5 fosse perché ospita la sede dell’ECF stessa. In un certo senso fu un peccato perché venni contattato da un appassionato ciclista belga, chiamato Jean-Marie Vion, che mi fornì le mappe molto dettagliate del percorso che lui e i suoi compagni di pedalata, nonché membri dell’associazione, seguirono per andare da Bruxelles al confine italiano, e propose anche di raggiungermi nel sud del Belgio per percorrere insieme una delle sezioni dell’itinerario:

«Lors de ton passage en Belgique on pourrait peut-être organiser avec le club que l’on fasse une partie de la route avec toi… », ma la tentazione di attraversare speditamente il nord dell’Europa fu così forte che rifiutai la sua offerta.

Tornando alla descrizione ufficiale dell’Eurovelo 5, la sezione a sud del Lussemburgo sembrava relativamente semplice:

«La tappa successiva segue la pista ciclabile della Mosella e ritorna verso la Francia, ma questa volta nella parte orientale, ricca di paesaggi, città e vini indimenticabili (l’Alsazia). Strasburgo dispone di infrastrutture per ciclisti molte belle e Colmar vi da il benvenuto con stupende case antiche e graziosi caffè. Basilea è una città internazionale ubicata tra tre cantoni, nonché la porta d’ingresso ai percorsi nazionali ciclabili della Svizzera, ben segnalati.»

Il Reno, segnando il confine tra la Francia e la Germania da Strasburgo fino a Basilea, sarebbe stato un percorso semplice da seguire. Senza menzionare, tuttavia, il piccolo problema della catena montuosa dei Vosgi che separa la valle della Mosella dalla valle del Reno, ma fu chiara l’indicazione che in Svizzera le cose sarebbero state molto facili grazie alla segnaletica dei percorsi ciclabili. Infatti, gli svizzeri, confermando la loro reputazione di maestri dell’organizzazione, hanno creato un eccellente sito web che permette ai futuri cicloturisti di vedere ogni singolo dettaglio di tutti i numerosi percorsi, i quali formano un reticolo su tutto il territorio nazionale. Avevo previsto di seguire il percorso numero 3 che da Basilea, al confine con la Francia, arriva a Chiasso, sul confine italiano.

La parte finale del percorso viene descritta come segue:

«Continuare fino a… Como, in Lombardia. L’Italia Settentrionale dispone di diverse iniziative per la creazione di infrastrutture per ciclisti. [Per l’] ultima tappa in direzione Roma seguire il percorso nazionale ciclabile “Ciclopista del Sole”. Non è ancora segnalato, ma sono disponibili mappe e guide.»

Trovato! Più o meno tutta la seconda metà dell’itinerario Eurovelo 5 riassunta in meno di quaranta parole. Ma la descrizione non sembrava essere corretta se comparata alla scarsa quantità di informazioni fornite dalla FIAB, la Federazione Italiana Amici della Bicicletta. Se gli svizzeri si guadagnarono la medaglia per l’organizzazione, gli italiani si aggiudicarono l’esatto contrario. Non voglio fare commenti.

Sulla mappa panoramica della Rete Ciclabile Nazionale, la “Ciclopista del Sole” non partiva da Como. In realtà partiva dal passo del Brennero, a circa duecento chilometri più a est. Scendeva veramente fino al sud dell’Italia, passando per Roma, ma stando sulla costa occidentale della penisola e terminando a Palermo. Il percorso che volevo prendere si chiamava, prevedibilmente, “Via dei Pellegrini”. Aveva senso! Partiva da Como e scendeva anch’esso fino a sud, ma questa volta, dopo aver attraversato Roma, svoltava verso est in direzione di Brindisi.

Forse ero stato troppo duro con gli italiani; in fin dei conti era la descrizione dell’Eurovelo 5 a essere sbagliata, non quella fornita dalla Rete Ciclabile Nazionale. E il sito web della FIAB riportava solo qualche dettaglio in più sul percorso numero 3, la Via dei Pellegrini, tra cui un elenco utile di luoghi, in stile Sigerico, che attraversava:

Itinerario: Chiasso, Como, Milano, Lodi, Corte S. Andrea, Piacenza, Parma, Passo della Cisa, Lucca, Siena, Roma, Fiuggi, Frosinone, Cassino, Benevento, Melfi, Gravina, Matera, Taranto, Brindisi.

Era circa questo il percorso che volevo seguire, ma cercai invano di raccogliere ulteriori dettagli. Un corrispondente italiano mi inviò un messaggio di posta elettronica sottolineando che la rete era “ambiziosa”. Com’è che è stata definita la costruzione di Roma?

Avevo sempre immaginato che sarei arrivato a un punto, probabilmente verso tarda primavera o inizio estate 2010, in cui avrei finalmente spuntato tutte le cose da fare dalla mia lista. Ma non è andata proprio così. Portai a termine in modo casuale le cose che dovevo fare, ma la colonna sonora del mio periodo di preparazione si intitolava “procrastinazione intensa”. Forse era colpa di Internet. Prima del World Wide Web la vita deve essere stata abbastanza semplice (anche se all’epoca eravamo lungi dal riconoscerlo). Se si voleva fare qualcosa di “grande” se ne parlava con un amico o due, o forse si leggeva un libro, e se si trattava di acquistare qualcosa era probabile che i soldi sarebbero stati spesi per una determinata guida. La si comprava e basta.

Dopo la rivoluzione dell’informazione e della comunicazione iniziata a metà degli anni Novanta, le cose non sembrano più così semplici e chiare. Se lo si vuole, il mondo intero può letteralmente far parte della propria vita. Io sono riuscito alla grande in questo intento. Il sito web che avevo creato mi aveva permesso di entrare in contatto con gente da tutto il mondo: dall’Australia, dalla Nuova Zelanda, dal Canada, dall’America, da tutti gli angoli del continente europeo e, naturalmente, da tutte le Isole Britanniche. Sotto molti punti di vista si trattava di una cosa fantastica. Le persone mi contattavano perché erano davvero interessate ai miei progetti; volevano condividere le esperienze che avevano a loro volta vissuto e volevano darmi consigli su ogni aspetto del mio viaggio, che si trattasse della pianificazione di un itinerario, della bici che dovevo acquistare, delle previsioni meteo lungo la strada, del miglior modo per attraversare le Alpi, di dove dovevo dormire e di cosa dovevo fare. Era qualcosa di straordinario e sembrava che non ci fosse stato un solo aspetto di ciò che ero in procinto di fare per il quale qualcuno, da qualche parte del cyberspazio, non avesse avuto un’opinione.

Tuttavia, sotto il punto di vista di terminare quello che dovevo fare e di prendere alcune decisioni chiave, tutte le informazioni che ricevevo erano, a volte, impossibili da gestire e portavano semplicemente all’indecisione e al ritardo. Chiaramente la mia mancanza di esperienza nel ciclismo su lunga distanza non aiutò e, nonostante sia stato grato per l’assistenza ricevuta, il problema era che rimanevo troppo spesso indeciso tra le diverse opzioni, le quali erano tutte appoggiate da argomentazioni ugualmente solide.

Tuttavia, piano piano, iniziai a distillare tutti i pro e i contro di un accessorio o dell’altro, se prendere una strada o un’altra, e il puzzle cominciò a prendere forma.

All’inizio del 2010 acquistai una bicicletta Ridgeback Panorama. Soddisfaceva appieno le mie esigenze: disponeva di portapacchi posteriore e anteriore ed era fatta di acciaio che, a quanto pare, per le lunghe distanze è meglio dell’alluminio perché si può saldare se si rompe. Detto questo, ho il sospetto che se fosse davvero accaduto durante il mio viaggio in Europa, avrei preso il primo treno verso sud e sarebbe finita lì! La Ridgeback era anche bella. Essendo tanto vanitoso quanto chiunque altro, non vedevo alcun motivo per il quale non avrei dovuto fare bella figura mentre pedalavo attraverso l’intero continente. Ma c’era una cosa che non mi piaceva della Ridgeback: il manubrio con la piega da corsa.

E qui entriamo nella classica zona di Internet in cui si vorrebbe “sbattere la testa contro il muro”. Non credereste al numero di pagine web, di forum di discussione e di blog dedicati alla moltitudine di manubri che esistono. Drop, flat, riser, in posizione verticale (o North Road), Porteur, da cicloturismo (o da trekking o “butterfly”), da triathlon (o da crono), Pursuit, da BMX, Cruiser, tipo “baffo”, Apehanger, per bici reclinata e Whatton (per biciclo), per citarne alcuni. Molti di questi, inevitabilmente, sono disponibili in diverse varianti a causa dei lievi cambiamenti direzionali del pezzo di metallo tubolare che li compongono.

Era giunto il momento di prendere la bici e di tornare al negozio di biciclette per una consultazione diretta da parte di un osservatore imparziale. Stavo chiedendo troppo. Il tizio del negozio di biciclette della mia zona, un negozio in cui ho messo regolarmente piede per molti anni, condivise un parere sulla piega da corsa che si rivelò tanto basilare quanto qualsiasi altro parere che avrei potuto trovare su Internet. «Ti ci abituerai… ti consiglio vivamente di non cambiarlo… dagli tempo.» Diciamo che generalmente in un negozio di biciclette, certamente in un negozio di biciclette come quello in cui entrai, troviamo un ragazzo poco più che ventenne, snello e appassionato di ciclismo. Sono quei tipi che quando indossano qualcosa di aderente tutti li guardano con ammirazione piuttosto che con tristezza, o addirittura disgusto. Il loro corpo è ancora in grado di piegarsi ed è ovvio che sono perfettamente a loro agio quando si curvano in avanti su un manubrio che sembra essere troppo vicino alla strada e poco sicuro. Ma io no. Su una bicicletta, il mio corpo perfettamente in forma si limita a una postura relativamente eretta. Non era mia intenzione pedalare per più di tremila chilometri fino in Italia soltanto per dimostrare che loro avevano ragione e io torto. Ma non ascoltavano una sola parola quando dicevo che volevo sostituire la piega da corsa con un manubrio da cicloturismo (o da trekking o butterfly!) che sembrava essere il manubrio preferito dagli amatori del ciclismo su lunghe distanze di tutto il mondo. O almeno il preferito di Mark Beaumont, che sembrava non lamentarsi.

L’istinto è una qualità preziosa e, con tutto rispetto per il mio manubrio, sentivo che mi stava dicendo di scegliere un manubrio più piatto e di conseguenza di adottare una posizione più eretta sulla bicicletta; il mio viaggio lungo l’Eurovelo 5 sarebbe stato molto più piacevole. Non solo avrei avuto il vantaggio di ammirare tutti i bellissimi panorami che avrei avuto modo di incontrare (piuttosto di accumulare una conoscenza dettagliata dell’asfalto utilizzato sulle strade d’Europa), ma ciò mi avrebbe permesso di evitare mesi di fisioterapia per il mal di schiena che avrei guadagnato al mio ritorno. Acquistai un manubrio da cicloturismo su Internet, andai in un altro negozio di biciclette e lo feci installare. Non chiesi consigli al nuovo negozio per timore di ottenerne uno; entrai e spiegai che avevo bisogno di cambiare il vecchio manubrio. Punto e basta. In quarantotto ore lo cambiarono e non me ne pentii.

E fu così che mi ritrovai con una bici leggermente personalizzata. Ora mancavano solo le borse per i portapacchi, una tenda, un sacco a pelo e un tappetino da campeggio, alcuni indumenti adatti, un set completo di mappe, un’assicurazione, un kit di pronto soccorso per me e un kit di riparazione per Reggie, un modo per aggiornare il sito web mentre ero in viaggio, alcune guide, un biglietto per il traghetto, un dispositivo GPS per monitorare il mio percorso e dell’attrezzatura per il campeggio… Mi astenni dall’includere un peluche perché mi sembrò essere una cosa di cui potevo farne a meno. Gradualmente, grazie (ma spesso malgrado) ai consigli di Internet e al crescente numero di consulenti online personali, stavo raggiungendo un certo livello di preparazione.

Perché “Reggie”? Chiamarla “Ridgeback Panorama” era troppo lungo quindi, siccome sarebbe stato il mio unico e costante compagno per tutto il viaggio, le ho dato un nome (maschile): Reginald Ridgeback. Ma per te, me e tutti i seguaci online, risponde al nome di Reggie.

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